PARROCCHIA S.AUREA

Riflessioni del Parroco

RIFLESSIONE 

Con la celebrazione della Domenica delle Palme ci sentiamo come sulla soglia di un grande avvenimento e già lo pregustiamo in tutta la vastità dei sentimenti: gioia, dolore, riconoscenza, stupore…. Sono giorni intensi spiritualmente, facciamo crescere in noi e attorno a noi grandi tempi di silenzio e di ascolto di Dio e dei fratelli. La risoluzione più opportuna e più necessaria, da prendere all’inizio di questa settimana di passione, è quella di rendere generosamente e coraggiosamente operante nel nostro comportamento l’esigente parola di Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»  (Mc 9,34). «Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, avessimo il coraggio di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti» (Papa Francesco, omelia del 14 marzo 2013).

La croce si inserisce nella nostra quotidiana vicenda come il solo messaggio di speranza che ci sia mai arrivato, come il segno di ogni possibile salvezza, come la raffigurazione sorprendente e inattesa dell’inaudita misericordia del Dio creatore e Padre verso di noi. Domenica prossima noi vivremo con gioia la grande festa della Pasqua!

 

 

 

RIFLESSIONE 

Dopo il Vangelo di domenica scorsa del figlio perduto e ritrovato e del padre che lo accoglie con tanto amore e tanta gioia, Gesù oggi ci dimostra in maniera concreta questo stesso atteggiamento di Dio attraverso l’assoluzione che Egli concede alla donna colta nell’atto di peccare.

Gesù le dice, “Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più!” Nessuno nega il fatto che la donna abbia peccato. Ma Gesù ci fa capire che la misericordia è più grande della giustizia. Infatti, il Salmo 130,3 recita: “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere?” Siamo tutti peccatori: nessuno può scagliare la pietra o condannare un altro. Tutti siamo debitori, verso Dio e verso i fratelli. Per questo la diocesi di Roma, in questa tappa del suo cammino verso il Giubileo del 2025, chiama tutti noi alla riconciliazione. Chiediamoci scusa vicendevolmente e, come Chiesa e popolo di Dio, chiediamo scusa al nostro Padre celeste.

Dio ha scritto i nostri peccati, Dio anche li cancella per la sua bontà. Manifestiamo in famiglia, nelle piccole situazioni quotidiane il perdono e la bontà usata da Gesù.

Proponiamoci di celebrare nei prossimi giorni il Sacramento del Perdono in preparazione alla Pasqua (vedere il programma della Settimana Santa per il giorno e l’ora stabiliti in parrocchia) per sentire rivolte a noi le parole di Gesù: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più!”

 

 

 

RIFLESSIONE 

Questa domenica è la domenica “laetare”: è la domenica che ci invita alla gioia ed esultanza per la bontà del Signore: “bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed ora è stato ritrovato!” (Vangelo). Era morto a causa del peccato. Ma la gioia della parabola di oggi è che questo figlio è tornato a casa pentito. Il padre vive la gioia perché ha riavuto il suo figlio sano e salvo. La sua gioia era una gioia spontanea perché si commuoveva dal viscere e ha conosciuto la gioia dal profondo del cuore. 

Nella Quaresima tutti i figli di Dio sono chiamati a preparare l’incontro con il Padre nel sacramento del Perdono, cioè, della confessione. Perché la festa sia vera impegniamoci a rinnovare la celebrazione di questo sacramento attraverso la “confessione della lode di Dio”, la “confessione della nostra vita (cioè, dei nostri peccati)” e la “confessione della nostra fede in Dio”.

Noi rischiamo di capir male e di abusare della tenerezza di Dio. Il prezzo della riconciliazione è Gesù in croce, è il suo sangue versato. Disgraziati noi se il perdono ci porta a credere che, dopo tutto, il peccato non è una cosa così grave!

La gioia della Chiesa celesta e della Chiesa sulla terra sarà più grande e più completa se tutti i figli di Dio possano vivere di vero cuore la santa Pasqua.

RIFLESSIONE II Domenica di Quaresima

In questa seconda domenica della Quaresima la liturgia ci presenta Gesù trasfigurato sul monte Tabor. Ogni battezzato è chiamato in questa Quaresima a cercare di trasfigurarsi insieme a Gesù Cristo per non correre il rischio di sfigurarsi con il peccato o con la vita dettata dal mondo che ci vuole rinchiudere nelle cose della terra. San Paolo ci dice nella seconda lettura di oggi:

"La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose".

Si tratta di lasciarsi condurre da Gesù in questo tempo della Quaresima. Come lo stiamo vivendo? Oltre la conversione e la penitenza dobbiamo intuire la personalità nuova che Dio sta costruendo in noi e per noi. Alla fine della Quaresima non possiamo rimanere lo stesso tale quale eravamo all’inizio.

     Affinché questo avvenga, bisogna prendere passi concreti a proposito:

Il primo passo da fare nella sequela di Colui che si è trasfigurato sul monte e sarà sfigurato nella morte su un’altura fuori Gerusalemme è credere nel progetto di Dio. Crediamoci! Con Dio c’è un futuro di gloria.

Un altro passo è riscoprire il gusto della preghiera, contemplare il volto di Cristo nel santissimo sacramento sia come individui sia come famiglia.

Un terzo passo potrebbe essere questo: gli sposi ripensino agli impegni (cioè all’alleanza matrimoniale) stipulati nel giorno del matrimonio e alla fedeltà sull’esempio di Abramo, il padre dei credenti (1° lettura). Egli è stato fedele nonostante gli ostacoli e le difficoltà per cui è diventato padre di un popolo immenso. Si ricordi che è sempre Dio a prendere l’iniziativa dell’alleanza, non si è mai soli. Lui opera in noi e con noi.

     Anche i gesti di carità che la comunità vive (come la raccolta alimentare) e soprattutto le proposte di impegni continuativi (come quello nel gruppo della Caritas) acquistano pienezza di significato cristiano ed ecclesiale se c’è questa passione per l’uomo che Dio chiama alla gloria, se l’intervento di aiuto è vissuto non in termini di beneficenza ma di alleanza tra persone.

In fine, l’invito del Padre, “Ascoltatelo”, può tradursi in un gesto concreto nella nostra vita, ossia, riprendere in mano il Vangelo, leggendone dei versetti ogni giorno, meditandolo e cercando come praticarne l’insegnamento.

RIFLESSIONE I Domenica di Quaresima

In questa prima domenica della Quaresima la liturgia ci presenta Gesù condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato. È lo Spirito, dice Luca, che prende l’iniziativa e conduce Gesù nel deserto. Gesù è provato e tentato dal diavolo ma sceglie di obbedire a Dio – a Lui solo dà prova di amore unico ed indiviso. E il diavolo si ripromette di tornare al tempo stabilito. Uniti a Gesù, entriamo con la Chiesa nella grande prova della Quaresima, decisi a scegliere anche noi di fare la volontà del Padre, in ogni circostanza.

Iniziando la Quaresima non mettiamo subito a tema dei buoni propositi, ma proviamo a dare un nome alle realtà che creano maggior fatica nel nostro rapporto con Dio e in questi ostacoli cerchiamo di crescere nella nostra relazione con Dio e con Gesù Cristo in cui Dio ci rende figli suoi. Quindi, ogni digiuno, ogni elemosina, ogni preghiera e ogni fioretto che facciamo in questa Quaresima deve mirare a questo – accrescere la nostra adesione a Dio in Gesù Cristo. Se il digiuno non ci avvicina a Dio, avremmo solo fatto la dieta; se l’elemosina non ci avvicina a Dio, saremmo stati solo filantropi; se la preghiera non ci avvicina a Dio, avremmo solo fatto una seduta psicologica; se i nostri fioretti non ci portano più vicini a Dio, avremmo solo tentato di fare un baratto con Dio.

     Il diavolo ha tentato Gesù ripetendogli queste parole, “Se tu sei Figlio di Dio…”, sapendo veramente che Gesù era Figlio di Dio. E Gesù è rimasto fedele alla volontà del Padre perché era veramente Figlio di Dio.

Il suo avvenire poggiava sulla fedeltà al Padre. Così, anche il diavolo minaccia la nostra fedeltà al Padre cercando di corrompere la nostra coscienza e il nostro senso di figli di Dio. Il criterio della nostra azione deve essere questo – obbedienza alla volontà e ai comandamenti di Dio.

    Celebrare l’eucaristia nel tempo quaresimale significa:  

ripercorrere, insieme con Cristo, l’itinerario della prova che appartiene alla Chiesa e ad ogni uomo;

assumere più decisamente l’obbedienza filiale al Padre, e il dono di sé ai fratelli, che costituiscono il sacrificio spirituale.

Così, rinnovando gli impegni del nostro battesimo nella notte pasquale, potremo “fare il passaggio” alla vita nuova di Gesù-Signore risuscitato, per la gloria del Padre, nell’unità dello Spirito Santo.

RIFLESSIONE 10 FEBBRAIO 2019

   Come abbiamo visto domenica scorsa, anche questa domenica presenta il tema della chiamata: Isaia nella Prima lettura è stato chiamato ad essere profeta del Signore. Pietro e i suoi compagni sono stati chiamati da Gesù ad essere i suoi discepoli.

Dio cerca collaboratori per la sua opera di salvezza. Ma per noi chiamati è assolutamente indispensabile incontrare Dio con la fede e l’adorazione per compiere la missione affidata. “Pescatori di uomini”: tutti siamo chiamati a divenire tali, ciascuno secondo le nostre attitudini, quale che sia la nostra professione, il lavoro, la cultura, la autorità. A tutti il Signore domanda di gettare la rete là dove operiamo, presso le persone che ci vivono accanto, che incontriamo ogni giorno.

Comunque siano le nostre abitudini di vita, il nostro grado di istruzione, noi abbiamo la possibilità di dare un’autentica testimonianza della nostra fede, semplicemente impegnandoci a vivere da discepoli di Cristo, ma anche accettando delle responsabilità nei gruppi parrocchiali, nell’animazione liturgica, nella catechesi, nella promozione della buona stampa, ecc. Una condizione richiesta è essere impregnati in profondità degli insegnamenti del Vangelo. Di qui la necessità di vivere “in Cristo”, con la preghiera, la meditazione, la lettura della Bibbia, per irradiare Cristo a tutti.

 

RIFLESSIONE 3 FEBBRAIO 2019

Nella seconda Lettura di oggi San Paolo ci dice che “ci sono tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità.” Il nostro modo di essere profeti oggi è essere “Chiesa che ama”. Il distintivo della Chiesa dovrebbe essere la carità partendo dai luoghi più comuni famiglia, lavoro, scuola, divertimento... L’amore non significa condonare ogni cosa e ogni tipo di atteggiamento, ma amare veramente fino al punto di poter dire la verità proprio perché uno ama veramente. La regola semplice che si possa applicare è questa: “Amare la persona, ma rifiutare il peccato.” Dio è amore; Egli ama i peccatori ma non ama il peccato, altrimenti non avrebbe senso la venuta e la morte di Cristo, che è venuto proprio per liberarci dal peccato!

Nel Vangelo di oggi la gente di Nazareth si è scontrato con Cristo proprio perché ha avuto il coraggio di dirle la verità. Vediamo che all’inizio la gente piena di lode di Lui “per le parole di grazie che uscivano dalla sua bocca.” Quando hanno capito il suo messaggio, quando hanno visto che Gesù insisteva sulla verità e non su che cosa volevano sentire dire da Lui, sono passati al attacco della sua persona: “Non è costui il figlio di Giuseppe? ” Poi, le cose sono peggiorate fino al punto che lo volevano uccidere. Ma Gesù si è svincolato da loro e ha proseguito per il suo cammino: “Nessun profeta è accettato nella sua patria.” A Nazareth rifiutano Gesù, perché chiedeva un cambiamento radicale di vita, di abitudini, di mentalità. Allora trovano tanti pretesti per sfuggire all'ammonimento del profeta.

     Come cristiani, in virtù del battesimo, apparteniamo alla stirpe dei profeti: davanti ad un mondo dedito alla menzogna e all'empietà, siamo chiamati ad un impegno di ricordare a tutti le leggi del Vangelo con la nostra vita e le nostre scelte personali. Bisogna sapere e accettare il fatto che il profeta è una persona non grata quando il suo messaggio non segue la logica del mondo. Ma, le parole che Dio disse a Geremia sono di grande forza al profeta di ogni tempo e di ogni società: “Oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese… Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno,
perché io sono con te per salvarti.”

Ma prima ancora mi pongo questa domanda: come accolgo Gesù, che ogni giorno m’invita alla conversione? I miei criteri di giudizio, di scelta, non entrano in crisi quando leggo il Vangelo? È una verifica che dovrei fare con serietà, nella preghiera. Altrimenti, a cosa serve dirsi cristiano, se poi rifiuto tante volte ogni giorno l’invito di Gesù alla conversione?

RIFLESSIONE 27 GENNAIO 2019

Nel finale del Vangelo di oggi l’Evangelista ci dice che “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui.” 

Per così poco?, uno potrebbe dire, perché ha provveduto al vino? Lo stesso si potrebbe pensare del primo incontro tra Natanaele e Gesù. Dopo che Gesù gli disse che lo conosceva, Natanaele esclamò “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!” Gesù gli replicò: “Vedrai cose più grandi di queste!” (cf., Gv. 1,48-50).

Ma questo segno dato da Gesù ai suoi discepoli era un importante passo perché indicava il momento decisivo dell’ingresso alla fede in Lui. Era l’inizio dei segni compiuti da Gesù. Fino a quel momento i primi “discepoli” di Gesù erano semplicemente amici di un uomo che cercava di aggregare insieme delle persone attorno a sé. Ma, ora quella aggregazione diventa un invito a qualcosa di più profondo. Sarà importante saper fidarsi e affidarsi a Gesù. Così, si diventa più capace di vedere cose più grandi e il Signore manifesta sempre più la sua gloria nella vita di chi crede in Lui.

Credere è inserirsi in questo cammino di cambiamento: dall’acqua al vino, dal vino buono al vino migliore. Credere nella manifestazione di Gesù vuol dire sedersi a mensa con Lui al banchetto della vita.

  Regalando il vino nuovo, Cristo Gesù manifesta la sua gloria e chiarisce i termini della nostra fede, fatta di sponsalità gioiosa. Gesù, Sposo divino, rende possibili e gioiose le nozze di Cana (Gv. 2,2). Tutti gli amici dello Sposo, come Giovanni Battista, gioiscono alla voce dello Sposo (Gv. 3,29) e l’Eucaristia è, fin d’ora, la celebrazione della gioia nuziale: “Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello” (Ap. 19,9).             Ma, le nozze di Cristo e della Chiesa avverranno quando “sarà giunta l’ora”: “Alleluia! Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell'Agnello; la sua sposa è pronta” (Ap. 19,7).

Il Signore, allora, domanda un cuore libero per scoprire questi semplici segni del Regno ed accogliere l’invito di Maria, maestra della quotidianità, a fare ciò che ci dirà. È necessario spingerci molto più avanti.

  Bisogna domandarsi: Credo veramente nel Signore? Spero nella sua Chiesa che è la sua sposa? Cristo, Sposo della Chiesa, suo architetto, non smette di costruirla e di ricostruirla, è sempre pronto a darle il vino nuovo dell’amore. La Chiesa non è abbandonata, ma rimane la preferita, la gioia di Dio.  Se Dio gioisce per la sua Sposa, tu riesci ad entrare in questa gioia?

RIFLESSIONE 20 GENNAIO 2019

 Nel finale del Vangelo di oggi l’Evangelista ci dice che “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui.” 

Per così poco?, uno potrebbe dire, perché ha provveduto al vino? Lo stesso si potrebbe pensare del primo incontro tra Natanaele e Gesù. Dopo che Gesù gli disse che lo conosceva, Natanaele esclamò “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!” Gesù gli replicò: “Vedrai cose più grandi di queste!” (cf., Gv. 1,48-50).  Ma questo segno dato da Gesù ai suoi discepoli era un importante passo perché indicava il momento decisivo dell’ingresso alla fede in Lui. Era l’inizio dei segni compiuti da Gesù. Fino a quel momento i primi “discepoli” di Gesù erano semplicemente amici di un uomo che cercava di aggregare insieme delle persone attorno a sé. Ma, ora quella aggregazione diventa un invito a qualcosa di più profondo. Sarà importante saper fidarsi e affidarsi a Gesù. Così, si diventa più capace di vedere cose più grandi e il Signore manifesta sempre più la sua gloria nella vita di chi crede in Lui. Credere è inserirsi in questo cammino di cambiamento: dall’acqua al vino, dal vino buono al vino migliore. Credere nella manifestazione di Gesù vuol dire sedersi a mensa con Lui al banchetto della vita. Regalando il vino nuovo, Cristo Gesù manifesta la sua gloria e chiarisce i termini della nostra fede, fatta di sponsalità gioiosa. Gesù, Sposo divino, rende possibili e gioiose le nozze di Cana (Gv. 2,2). Tutti gli amici dello Sposo, come Giovanni Battista, gioiscono alla voce dello Sposo (Gv. 3,29) e l’Eucaristia è, fin d’ora, la celebrazione della gioia nuziale: “Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello” (Ap. 19,9). Ma, le nozze di Cristo e della Chiesa avverranno quando “sarà giunta l’ora”: “Alleluia! Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell'Agnello; la sua sposa è pronta” (Ap. 19,7).

Il Signore, allora, domanda un cuore libero per scoprire questi semplici segni del Regno ed accogliere l’invito di Maria, maestra della quotidianità, a fare ciò che ci dirà. È necessario spingerci molto più avanti.

  Bisogna domandarsi: Credo veramente nel Signore? Spero nella sua Chiesa che è la sua sposa? Cristo, Sposo della Chiesa, suo architetto, non smette di costruirla e di ricostruirla, è sempre pronto a darle il vino nuovo dell’amore. La Chiesa non è abbandonata, ma rimane la preferita, la gioia di Dio.  Se Dio gioisce per la sua Sposa, tu riesci ad entrare in questa gioia?

RIFLESSIONE 13 GENNAIO 2019

Questa festa è una continuazione ideale e il completamento dell’Epifania. Essa costituisce pure la conclusione del periodo natalizio. Il Verbo incarnato, a Betlemme è sceso dai vertici della divinità al livello umano. Nel Battesimo sul Giordano si è messo dalla parte dei peccatori, dei piccoli, degli emarginati.

Gesù, facendosi battezzare da Giovanni Battista, fa suo quel battesimo e il Padre lo arricchisce con il dono dello Spirito: il battesimo cristiano è perciò nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, come Gesù, un giorno, darà il mandato ai suoi discepoli: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.” La Messa si apre e si chiude nel nome della Trinità. Ogni volta che facciamo il segno della croce noi ci ricolleghiamo al nostro battesimo, diciamo la nostra fede e comunione con la Trinità, affermiamo che tutto questo è stato possibile per la croce di Cristo. Attraverso il battesimo, il respiro vitale e il fuoco di Dio entrano dentro di me, a poco a poco mi modellano, trasformano pensieri, affetti, progetti, speranze, secondo la legge dolce, esigente e rasserenante del vero amore.

E poi mi incalzano a passare nel mondo portando a mia volta vento e fuoco, portando libertà e calore, energia e luce. 

Per mezzo del battesimo siamo stati resi giusti “non in virtù di opere di giustizia da noi compiute”, come ci fa capire san Paolo, ma non potremmo salvarci senza essere “zelanti nelle opere buone”. Per questo i gesti di Cristo Gesù sono sacramenti di salvezza e comandamenti di vita.

  Il nostro battesimo dev’essere fatto proprio e reso operante nell’intera vita. Il battesimo dei neonati è un punto di inizio, un entrare nel popolo dei cristiani. La famiglia e la comunità cristiana vi sono presenti come i primi testimoni che propongono al bambino la fede e il loro modo di vivere. Spetta al singolo individuo fare poi personalmente questa scelta. Battezzando i bambini presentati da genitori cristiani e aiutati dai padrini dei neobattezzati, la Chiesa li mette nella situazione di poter fare in seguito una scelta personale, rifacendosi a un’esperienza iniziata nell’infanzia.

 

RIFLESSIONE 30 Dicembre 2018

La festa di oggi ripropone il mistero del Natale: l’Incarnazione del Verbo che ha assunto e condiviso l’esperienza umana in una famiglia.  Dio entra nella famiglia umana perché noi possiamo entrare nella sua famiglia divina. Nella famiglia di Nazareth il criterio guida è la volontà del Padre: “Devo occuparmi delle cose del Padre mio.”

La festa odierna pone l’accento sul manifestarsi di Gesù fin dall’inizio come Figlio del Padre. Della famiglia del Padre ci siamo tutti noi – ogni singolo e ogni famiglia. Siamo tutti figli del Padre. San Paolo ricorda e ringrazia Dio per questo dono di appartenenza: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni famiglia in cielo e sulla terra” (Efesini 3,14-15).

  La festa della Sacra Famiglia di Nazareth ci fa capire la disponibilità che siamo chiamati ad avere di accogliere giorno per giorno la volontà di Dio. Così deve essere per la famiglia e per la Chiesa. La disponibilità ci aiuta a rispondere al Padre nostro celeste che vuole fare di noi, suoi figli, partecipi della sua vita divina e renderci come Cristo l’Unigenito Figlio e il primo di molti fratelli. Perciò, le famiglie siano impegnate a vivere il segreto di Nazareth che è molto semplice e impegnativo: lasciare il primato a Dio. La ricetta di Luca (Vangelo) è delicata e precisa, può valere anche per noi oggi: ogni componente della famiglia di Nazareth è al suo posto, ognuno ha un occhio attento al rispetto dell’altro e l’altro attento a leggere, comprendere ed eseguire le esigenze, cioè, la volontà di Dio.

C’è un’altra cosa molto importante da capire: la comunione che celebriamo nella famiglia di Nazareth non sta nell’amore basato sul reciproco bisogno che abbiamo gli uni degli altri, ma dall’amore che ciascuno deve avere per lo stesso Padre, e dell’amore che il Padre ha per ciascuno di noi. Così, tutto quello che sa di egoismo viene superato anche la tentazione di amare la mia famiglia più di Dio stesso (“Chi ama il padre o la madre più di Me non è degno di Me; chi ama il figlio o la figlia più di Me non è degno di Me”, cf., Matteo 10,37). Sovrana è la Parola, ognuno viva nella tensione suprema a fare la volontà di Dio.

  Quindi, l’appellativo “Sacra famiglia” si può estendere anche a noi e alle nostre famiglie, dove tutti siamo figli dello stesso Padre, Dio, e Gesù Cristo il nostro fratello maggiore. Quando il figlio consente di essere educato, converte il suo cuore al cuore dei genitori poiché compie il più profondo atto di fiducia: ritenere vera e buona l’interpretazione e la proposta di vita testimoniate dal genitore. “Devo occuparmi delle cose del Padre mio”, è la rivelazione che Gesù fa della sua missione, rivelando il suo rapporto con il Padre.

È questo rapporto che diventa il principio guida delle sue scelte.

Lo stesso vale anche per noi – nessuna educazione è possibile se non è salvata l’autorità dell’educatore: la paternità-maternità uguale anche autorità. È il senso del quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre” – servire Dio.

RIFLESSIONE 23 Dicembre 2018

 Il Vangelo della quarta domenica di Avvento ci presenta il momento della visitazione fatta da Maria alla sua parente Elisabetta, che è stata oggetto del miracolo e della benevolenza di Dio: “Nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio ed era il sesto mese per lei che tutti dicevano sterile” (Luca 1,36).

La ricchezza che questo Vangelo ci offre, non consiste semplicemente nel racconto di queste due donne che offrono e ricevono tutto l’affetto e l’amore che uno possa offrire ad una persona a cui vuole bene, ma consiste soprattutto e in primo luogo all’incontro di Gesù con Giovanni, l’incontro di Dio con l’uomo. È Dio stesso che, nella persona di Gesù, viene a visitarci. È Dio che “viene a visitarci dall’alto come sole che sorge” (Luca 1,78).

Il Vangelo non ci parla solo di Maria, la piena di grazia e la “Madre del mio Signore” (Luca 1,43) che va a servire sua parente Elisabetta ormai prossima a partorire. Ma ci parla soprattutto di Dio che viene a servizio della nostra salvezza. Maria portava nel grembo il figlio, che sarà chiamato “Gesù, perché Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (cf. Matteo 1,21).

Siamo ormai a ridosso del Natale. Il nostro cuore palpita di gioia e di attesa della nascita di Gesù, della nascita dell’Emmanuele – il “Dio con noi”. È pure il compimento di una lunghissima attesa di tanti secoli, avvenimento che dà significato e pace a tutto, risposta per tutti e anche per l’uomo di oggi. “Deo gratias!”

RIFLESSIONE 16 Dicembre 2018

La terza domenica di Avvento fu anticamente chiamata “gaudete” dalla prima parola dell’antifona d’inizio della liturgia del giorno: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi! Il Signore è vicino!” 

(Fil 4,4.5). Questi versetti sono della 2° lettura del giorno.

Nella 1° lettura Sofonia esclama: “Esulta di Gioia, o figlia di Sion!”. Giovanni Battista ci esorta a preparare la venuta del Signore, condividendo i beni coi poveri e compiendo atti di giustizia. Prepariamo il cuore a celebrare il sacramento della Penitenza.

     Quindi, è la gioia messianica per tutto il popolo di Dio (1° e 2° lettura). Siamo una Chiesa di fedeli che hanno l’aria di essere salvati? Siamo i discepoli di Colui che ci ha “lasciato e donato la gioia”? Che cosa, dunque, dobbiamo fare? Cosa stiamo facendo per prepararci alla venuta di Lui? La Parola di Dio trova spazio nella nostra vita? Il pensiero corre a Lui? Quali i segni reali di accoglienza, di preparazione del nostro cuore e della nostra casa per Lui?

     Il Vangelo si presenta come una pacata istruzione che ha tutta l’aria di essere un “mini catechismo” denso di teologia e di saggezza, di comprensione e di incoraggiamento. È d’una praticità e concretezza formidabile. Verifichiamo in questa settimana la nostra carità e solidarietà per trovarci con il cuore pronto alla venuta di Gesù. Viviamo questi ultimi giorni di preparazione nella gioia che viene dal sapere che ormai “il Signore è vicino”. È il momento di manifestarla in famiglia e nei luoghi in cui viviamo.

RIFLESSIONE 9 Dicembre 2018

L’oracolo di Isaia il profeta viene reinterpretato dall’Evangelista Luca e viene riferito alla persona di Giovanni che chiama alla conversione del cuore. Nel Vangelo di oggi leggiamo questa frase, “la Parola di Dio scese su Giovanni nel deserto” (Lc 3,2). È un parola urgente, e per questo richiede una conversione.

Oggi Giovanni il Battista ci prepara ad accogliere il Messia che sta arrivando. Giovanni riceve in un preciso momento la consapevolezza della sua missione in un luogo arido, senza vita. È simbolo della grazia di Dio e del desiderio di Lui che entra nel cuore e che deve essere colto lì per lì senza lasciarla sfuggire.

La finalità di questa preparazione è quella proclamato già da Isaia: “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”. Dio offre la salvezza a tutti e non solo agli ebrei o ai cristiani. Ma, la salvezza non viene imposta a nessuno – deve essere attesa e accolta. La salvezza pur legata a tempi e luoghi è universale. Non basta riconoscere che Gesù è salvezza, soprattutto bisogna saperlo accogliere.

La vita cristiana è una continua crescita. Nessuno di noi è già “fatto”, nessuno è per sempre. Noi siamo una infinita possibilità di crescita, di arricchimento, una infinita possibilità di gioia che si comunica e che viene condivisa, che contagia. Che cosa deve abbassarsi nella mia vita e che cosa deve essere riempito dalla grazia di Dio? La strada della mia vita è la più vera per me in questo tempo? Viviamo in un mondo che sembra essere senza avvenire, in una società senza speranza. In questo contesto esistono casi disperati, situazioni senza uscita, uomini senza grandi cose da sperare. Forse non è sempre indispensabile partire dai casi disperati per suscitare un bisogno di speranza e annunciare il messaggio della salvezza.

 L’ Avvento è tempo di preparazione. Ogni volta che ci si prepara per qualcosa occorre mettere ordine nella vita per decidere che cosa è più utile e serve maggiormente.
Lasciare qualcosa non è facile: per questo ognuno dice quello che intende lasciare e sceglie tra i membri della famiglia qualcuno che lo possa aiutare a mettere da parte quello che decide che non deve più stare nella sua vita.
Durante la settimana si porrà attenzione perché si guardi a ciò che vale davvero.

RIFLESSIONE  2 Dicembre 2018

Siamo entrati nel tempo forte di Avvento in cui la Chiesa ci aiuta a preparare i nostri cuori per l’accoglienza di Gesù Cristo. A una lettura superficiale del brano del Vangelo di questa domenica sembra che non ci sia via d’uscita. Vediamo la rivelazione di tempi bui, in cui la luna e le stelle si spengono; tempi di angoscia e di incertezza, ma poi il forte annuncio che il Figlio dell’uomo verrà. Gesù nel Vangelo di Luca ci dice che la nostra liberazione è vicina data la drammaticità dei segni e la paura mortale che invade il cuore della gente: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.

    Per i cristiani tutti questi segni delle catastrofi cosmici o delle guerre e violenza in tutto il mondo vanno visti nella speranza, perché hanno come prospettiva la venuta di Cristo. Gli uomini muoiono di paura davanti ai segni della “fine”, ma i discepoli del Signore, pur partecipando al travaglio della storia, non sono dominati dalla paura di questa “fine”, in quanto attendono la venuta del Signore e la sua salvezza.

È Cristo Gesù che, col suo esempio e la sua grazia, dona a noi un atteggiamento forte e sereno, per cui grazie alla vigilanza, alla preghiera e alla speranza possiamo far vedere qualcosa del mistero del Signore.

 In ogni caso, il rischio è grande per tutti; ci si può lasciar sorprendere: l’ubriachezza e la bella vita soffocano la coscienza. Il Vangelo ci invita a vegliare con cuore “leggero”, svuotato da tante cose: sentimenti, pensieri e azioni che possano appesantirlo e non farlo sentire che il Signore è vicino.

All’attesa dell’uomo corrisponde l’avvento di Dio. Egli colma il nostro desiderio con il dono della sua realtà. La storia umana è un tendere inquieto a Lui. Ma come e quando Egli viene a noi? Il suo avvento non è da restringere al suo avvento finale, dà invece ad ogni tempo il suo valore definitivo associandolo al mistero del figlio dell’uomo. La sua morte e risurrezione, cuore del presente e del futuro, ci dà la chiave di lettura della storia. La sua venuta passata determina la nostra fede, quella futura la nostra speranza, quella presente la nostra carità.

Chi è pieno di speranze non dorme sopra alle cose, ma vive “attento”, nella vigilanza assidua per cogliere tutti i segni che svelino e offrano il nuovo volto della storia. In questo senso, non c'è azione più forte e più utile che pregare con la Parola di Dio, che è seme di vita e di fede incorruttibile. Nella Parola è contenuto il grande segreto della vittoria sul male e sulla morte, e per questo essa è inesauribile fonte di misericordia e di pace.

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